In memoria della strage del 18 marzo

celebrazione della strage di Monchio

Il 18 marzo 1944 truppe naziste, insieme alla milizia fascista, arrivarono nei piccoli paesi di Monchio, Costrignano, Susano e Savoniero, nell’Appennino modenese. In quel giorno furono uccise 136 persone, tra uomini, donne, anziani e bambini. I soldati volevano colpire le comunità locali perché sospettate di aiutare i partigiani, che si stavano organizzando sulle montagne vicine.

Ogni anno, il 18 marzo, in questi paesi si celebra una commemorazione per ricordare le vittime di questa terribile tragedia. In loro memoria sono stati costruiti monumenti con i nomi delle persone uccise, così che la comunità non dimentichi ciò che è accaduto.

Per capire meglio vi proponiamo una storia che, quando eravamo alle elementari, abbiamo scritto con la maestra Patrizia Dignatici, della scuola di Monchio.


“C’era una volta, e c’è ancora, tra le montagne dell’Appennino emiliano, una bella vallata: la valle del torrente Dragone. Qui vivevano numerose famiglie di contadini, in case di sasso vicino alle stalle e ai fienili, circondate da campi coltivati con fatica. Anche i bambini aiutavano i genitori nei lavori.

La vita scorreva semplice: a volte si andava d’accordo, a volte si litigava, come succede in tutte le comunità.

Quando scoppiò la Seconda guerra mondiale, molti uomini furono costretti a partire per combattere, lasciando le famiglie in difficoltà. In quel periodo l’Italia era alleata della Germania.

L’8 settembre 1943 arrivò la notizia dell’armistizio e molti pensarono che la guerra fosse finita. Ma purtroppo non fu così. Dopo poco tempo alcuni uomini ricevettero l’ordine di tornare a combattere. Alcuni ubbidirono, altri decisero di nascondersi sulle montagne per non partecipare alla guerra. Per questo vennero chiamati ribelli.

I fascisti chiesero aiuto ai soldati tedeschi. Questi arrivarono non solo per cercare i ribelli, ma anche per punire i paesi che li avevano aiutati. Bruciarono stalle e fienili, saccheggiarono le case e uccisero molte persone.

Il 18 marzo 1944, dalla Rocca di Montefiorino, iniziò il bombardamento dei paesi della valle per costringere la popolazione a uscire dalle case. Poi arrivarono i soldati con camionette e armi.

Quel giorno morirono tante persone: anziani, donne, ragazzi e bambini. C’era la neve e il sangue la macchiò di rosso.

Dopo quei terribili fatti, i sopravvissuti cercarono lentamente di ricominciare. Si aiutarono tra loro, condivisero quel poco che era rimasto e ricostruirono le case. Quando la guerra finì davvero, quella storia rimase nella memoria di tutti. Alcuni non riuscivano a parlarne, altri avrebbero voluto dimenticare.”


Nelle storie che piacciono ai bambini, spesso i cattivi vengono puniti e chi ha subito un torto ottiene giustizia. In questa storia non è stato così semplice. Per molti anni la strage fu poco raccontata. Poi qualcuno iniziò a raccogliere le testimonianze di chi aveva visto e sofferto.

Questa persona si chiama Marco De Paolis, un magistrato che ha lavorato per ricostruire i fatti e portare in tribunale i responsabili delle stragi naziste in Italia. Grazie al suo lavoro è stato possibile ascoltare le testimonianze dei sopravvissuti e raccontare finalmente la verità.

Questa storia non finisce come una fiaba con “e vissero tutti felici e contenti”. Le persone che l’hanno vissuta sono reali e molte di loro non ci sono più. Ma possiamo fare in modo che questa storia non venga dimenticata. Raccontarla significa custodire la memoria e cercare di costruire un futuro migliore.


Una strage contro un’intera comunità

La strage del 18 marzo 1944 non colpì solo singole persone, ma un’intera comunità. In un solo giorno furono uccisi molti padri di famiglia e tanti bambini rimasero orfani. Molte donne rimasero vedove.

Furono distrutte case, stalle, fienili e animali, che per le famiglie contadine rappresentavano l’unico mezzo di sostentamento. In territori poveri come quelli dell’Appennino questo significava perdere quasi tutto.

Dopo la tragedia furono soprattutto le donne dei paesi di Monchio, Costrignano, Susano e Savoniero a tenere viva la comunità. Madri, vedove e figlie cercarono lavoro, si aiutarono tra loro e condivisero quello che avevano per poter andare avanti.

Le testimonianze raccolte negli anni raccontano storie di dolore ma anche di solidarietà e resistenza.

Ricordare questa strage oggi significa non dimenticare le vittime e riflettere su quanto siano importanti la pace, la libertà e il rispetto tra le persone.

 [Questo articolo è stato scritto dalle studentesse e dagli studenti della classe 2C della scuola secondaria di primo grado J.F.Kennedy di Palagano (MO), nell’ambito del progetto “Si può fare: giovani attivi per la montagna”, finanziato da Regione Emilia Romagna. È un progetto di rete di Ramingo Aps, Prolocos Palagano Aps e Col Passo a tempo di chi sa ballare ApS.]

[Immagine da resistenzamappe.it]

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